Su Dio.
Qualcuno ingenuamente pensa che Dio, essendo onnipotente, possa fare tutto.
Ma davvero Dio può fare tutto?
La risposta breve, filosoficamente rigorosa e teologicamente fondata, è questa: no, Dio non può “fare tutto” nel senso ingenuo del termine. Sì, Dio è onnipotente nel senso corretto, cioè nel senso in cui l’onnipotenza è logicamente e ontologicamente intelligibile.
È un errore pensare che “tutto” significhi “qualsiasi frase grammaticalmente formulabile”.
La filosofia e la teologia classica — da Aristotele a Tommaso d’Aquino — mostrano che non tutto ciò che si può dire è qualcosa che può esistere. Molte frasi sono pseudo-proposizioni: combinazioni di parole che non designano alcuna realtà possibile.
Esempi: un “cerchio quadrato”, un “essere che è e non è nello stesso tempo e nello stesso senso”, una “pietra che un onnipotente non può sollevare”, un “Dio che cessa di essere Dio”.
Queste non sono cose che Dio non può fare: sono non-cose, impossibili in sé.
La tradizione lo dice chiaramente: “ciò che implica contraddizione non rientra nell’onnipotenza” (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q.25, a.3).
L’onnipotenza non è potere sull’assurdo, ma potere sull’essere.
La teologia classica definisce l’onnipotenza come la capacità di realizzare tutto ciò che è realmente possibile, cioè tutto ciò che non contraddice l’essere o la natura di Dio.
Questo è il punto decisivo: Dio è l’Essere stesso.
Non può quindi cessare di essere, mentire, ingannarsi, peccare, annullare la propria natura.
Non perché “gli manchi potere”, ma perché queste azioni sono deficienze, non potenze. La tradizione cattolica lo ribadisce: Dio non può compiere ciò che implica imperfezione o contraddizione, perché la sua attività è sempre perfettissima.
La filosofia moderna conferma la linea classica: la maggior parte dei filosofi analitici contemporanei definisce l’onnipotenza come: potere di fare tutto ciò che è logicamente possibile; potere di fare tutto ciò che è coerente con la propria natura; potere di fare tutto ciò che si decide di fare.
Sono definizioni compatibili tra loro.
La Scrittura stessa conferma questo quadro. La Bibbia afferma due cose insieme:
“Per Dio tutto è possibile” (Mt 19,26) e, “Egli non può rinnegare se stesso” (2Tm 2,13).
La teologia interpreta così: Dio può tutto ciò che è possibile; non può ciò che è contraddittorio o contrario alla sua natura.
Dunque, Dio può fare tutto?
Dipende da cosa intendiamo per “tutto”.
Se per “tutto” intendiamo qualsiasi frase che la mente umana può formulare: no, perché molte frasi non designano realtà possibili.
Se per “tutto” intendiamo tutto ciò che è realmente possibile, tutto ciò che non implica contraddizione, tutto ciò che è coerente con la sua natura di Essere assoluto: sì, Dio può tutto.
Questa è la definizione filosoficamente rigorosa e teologicamente corretta di onnipotenza.
Dio può essere nel tempo?
Mi è stato chiesto: “Dio può essere nel tempo?”.
La mia risposta è: no, non è assolutamente possibile che Dio sia nel tempo.
Dio è la sussistenza del tempo, ma non potrà mai essere nel tempo storico.
La mia posizione è perfettamente allineata con la grande tradizione filosofica e teologica, da Agostino a Boezio, da Tommaso fino alla teologia contemporanea.
E non è una questione di “porre limiti a Dio”: è una questione di non confondere l’essere con il non-essere, l’eternità con la successione, l’immutabile con il mutabile.
Dio è, e l’“è” significa eterno presente, non tempo storico.
È esattamente ciò che affermano i maestri della metafisica cristiana.
La tradizione cristiana è chiarissima: Dio non è nel tempo.
Agostino, nel De Civitate Dei, afferma che in Dio non c’è successione, ma un unico atto eterno della volontà.
Il tempo nasce con la creazione; prima del tempo non c’è “prima”, perché Dio è l’Essere stesso, non un ente che si muove da un istante all’altro.
La teologia classica definisce l’eternità come tota simul, il tutto simultaneo, senza prima e dopo (Boezio, De consolatione philosophiae, V, 6; ripreso da Tommaso).
La Treccani lo riassume così: l’eternità è assoluta atemporalità, priva di qualunque successione.
Dio non “entra” nel tempo come noi entriamo in una stanza.
Il tempo è misura del cambiamento, e Dio è immutabile.
Dire che Dio è nel tempo è un errore filosofico prima ancora che teologico.
Se Dio fosse “nel tempo”, avrebbe un prima e un dopo, sarebbe soggetto a mutamento, sarebbe condizionato da una misura che non dipende da Lui, non sarebbe più atto puro, ma un ente tra gli enti.
In altre parole: non sarebbe Dio.
Il tempo è una proprietà delle creature, non del Creatore.
Come dice la teologia riformata (che su questo punto coincide con quella cattolica): l’eternità è un presente perenne; Dio trascende infinitamente la nostra comprensione.
L’obiezione “Poni limiti a Dio” è ingenua.
Non è un limite dire che Dio non può essere ciò che contraddice la sua natura.
Dire che Dio non può essere nel tempo significa riconoscere la sua perfezione, non limitarla.
È come dire: Dio non può mentire, non può cessare di essere, non può essere imperfetto.
Non perché “non può”, ma perché non è nella sua natura.
Dire che Dio può essere nel tempo è come dire che Dio può essere ignorante, mutabile, passibile, limitato.
È un pensiero antropomorfico, non teologico.
Io non ho posto limiti a Dio.
Ho posto limiti al non-senso.
Ho difeso un’idea coerente: Dio è eterno (non temporale), immutabile (non soggetto a successione), atto puro (non in potenza), causa del tempo (non contenuto nel tempo).
Il punto decisivo: Dio è la sorgente del tempo, non un abitante del tempo.
Il tempo è una dimensione creata.
Dire che Dio è nel tempo è come dire che l’architetto è “dentro” la casa che ha progettato in senso ontologico, non fisico: è una categoria sbagliata.
Agostino lo dice con una chiarezza impressionante: Dio è prima dei tempi eterni, e nulla è coeterno a Lui.
Cristo Risorto e la questione decisiva.
Qui la riflessione diventa più delicata: la seconda Persona della Trinità, Cristo Risorto.
Dopo aver chiarito chi è Dio, il passaggio a Cristo è naturale.
Cristo eredita tutte le proprietà di Dio, essendo Dio.
Potrei fermarmi qui, ma pochi capirebbero.
Cristo è Cristo da sempre, non dal Venerdì Santo.
Altrimenti non sarebbe Dio.
E questo comporta una revisione radicale dell’incarnazione: se c’è stata, è stata da sempre.
Quando si toccano queste realtà, si toccano i punti più profondi della cristologia: il rapporto tra eternità del Logos, incarnazione nel tempo e risurrezione come manifestazione — non come “creazione” — dell’identità divina di Cristo.
Dire che Cristo è “effetto della Risurrezione” è teologicamente insostenibile e ontologicamente contraddittorio.
Cristo non “diventa” Cristo con la Risurrezione.
Se Cristo diventasse Cristo dopo la Risurrezione, allora non sarebbe il Logos, non sarebbe Dio, non sarebbe consustanziale al Padre, non sarebbe eterno.
E questo distruggerebbe l’intera struttura della fede cristiana.
La Risurrezione non crea Cristo.
La Risurrezione rivela Cristo.
È la manifestazione storica di ciò che il Logos è da sempre.
Il Logos è eterno: “In principio era il Logos”.
Il Prologo di Giovanni non dice: “In principio il Logos è stato fatto”, o “è diventato Cristo”, o “sarebbe stato Cristo dopo la Risurrezione”.
Dice: In principio ERA il Logos, e il Logos ERA presso Dio, e il Logos ERA Dio.
Questo è ontologico, non narrativo.
È eterno, non temporale.
Il Logos è prima del tempo, fuori dal tempo, fondamento del tempo.
L’incarnazione non è un evento che “crea” Cristo.
L’incarnazione non è l’ingresso del Logos eterno nella storia ne la modalità temporale di ciò che è eterno, ne la manifestazione sensibile di ciò che è ontologicamente sussistente.
Se l’incarnazione fosse un “inizio” dell’essere di Cristo, allora Dio cambierebbe: assumerebbe una nuova identità, passerebbe da “non incarnato” a “incarnato” come mutamento ontologico.
E questo è impossibile.
Gesù è creato come tutti gli uomini: nato da donna, sotto la legge, come dice San Paolo.
Non ha due ipostasi, non ha una “unione ipostatica”, non è metà uomo e metà Dio.
È un uomo perfetto, dotato dei suoi talenti, inserito nella storia della salvezza.
Dio crea ogni uomo donando un corpo materiale, un’anima che dà forma alla vita e uno spirito che trascende la materia.
L’unità di anima e spirito costituisce l’ipostasi personale, che sopravvive alla morte.
Questo vale per ogni uomo, e quindi vale anche per Gesù.
Quando Gesù muore, muore il corpo fisico.
Non muore la sua ipostasi, esattamente come non muore la nostra.
L’ipostasi non è materiale, non è soggetta al tempo, non si dissolve.
La resurrezione non è la rianimazione del corpo storico, ma un passaggio ontologico:
l’ipostasi di Gesù passa dall’esistenza temporale all’esistenza eterna.
Ed è qui che si comprende la frase di Paolo:
“Muore l’uomo, rinasce Cristo.”
Non è simbolico: è ontologico.
Cristo non è l’uomo Gesù.
Cristo è il Logos eterno del Prologo di Giovanni:
“In principio ERA il Logos”.
Il Logos non nasce, non cambia, non entra nel tempo come un ente tra gli enti.
È eterno, immutabile, fondamento dell’essere.
Nella resurrezione, l’ipostasi di Gesù viene assunta nel Logos, non fusa, non mescolata, non duplicata.
Gesù non “diventa Dio”: viene assunto nel Figlio eterno come compimento della sua missione.
La resurrezione non crea Cristo: rivela il Cristo.
È il passaggio dall’uomo storico al Cristo eterno.
E ciò che accade a Gesù è anticipazione di ciò che accade a noi.
Anche la nostra ipostasi, dopo la morte, viene assunta nell’Eterno.
Siamo gocce che tornano al mare, mantenendo la nostra identità e partecipando alla vita del Figlio.
L’unione ipostatica, come idea, nasce dal tentativo di conciliare l’eterno con il temporale.
Ma Dio, essendo atemporale, non può entrare nel tempo come un ente tra gli enti.
L’unione ipostatica è dunque un linguaggio simbolico, non una realtà ontologica.
La vera unione è l’assunzione dell’ipostasi umana nel Logos eterno, non la fusione di due nature.”
La salvezza.
Nella creazione, non dopo il peccato.
Nel capitolo dedicato all’uomo e alla questione del cosiddetto “peccato d’origine”, non avevo ancora esplicitato un punto decisivo del mio pensiero.
Lo chiarisco qui, perché è essenziale per comprendere la mia visione della salvezza e il modo in cui Dio crea l’uomo.
Quando Dio crea ontologicamente l’uomo come figlio libero, sa già che l’uomo si perderà.
E proprio perché lo sa, lo salva prima ancora di crearlo.
Questo non è un paradosso, ma la conseguenza diretta dell’eternità di Dio.
Dio non vive nel tempo, non osserva gli eventi uno dopo l’altro, non reagisce alle scelte dell’uomo come se fossero novità impreviste.
Dio non “aspetta” che l’uomo pecchi per poi intervenire.
Non cambia piano.
Non ripara errori.
Dio è atemporale.
E ciò che è atemporale non ha un “prima” e un “dopo”.
Per questo motivo, la salvezza non può essere pensata come un intervento successivo alla caduta.
Non è una risposta.
Non è un rimedio.
Non è una riparazione.
Non è un “piano B”.
La salvezza è parte della creazione stessa.
È co-originaria con l’uomo.
È inscritta nell’atto eterno con cui Dio dà l’essere.
Se Dio crea l’uomo libero, crea anche — nello stesso atto eterno — la via attraverso cui l’uomo ritorna a Lui.
Non dopo, ma insieme alla creazione.
Il peccato d’origine, così come formulato dalla teologia medievale, presuppone un Dio che crea l’uomo perfetto, osserva la sua caduta, decide di intervenire e manda il Figlio per riparare.
Ma questo è un Dio temporale, non il Dio della metafisica cristiana.
È un Dio che cambia, che reagisce, che modifica i suoi piani.
È un Dio che non sarebbe più atto puro, ma un ente che si muove nel tempo, che passa da uno stato all’altro, che apprende, che corregge, che interviene.
Un Dio così non è il Dio della filosofia cristiana, né il Dio della Scrittura letta nella sua profondità metafisica.
Il Dio eterno non ripara: realizza.
Non corregge: compie.
Non interviene dopo: è da sempre.
Se Dio è immutabile, allora la salvezza non può essere un evento successivo alla caduta.
Deve essere parte della creazione stessa.
Per questo motivo, non esiste una “riparazione” del peccato d’origine.
Esiste una condizione umana che Dio conosce eternamente e che da sempre include nel suo atto creativo.
La salvezza non è una toppa.
È la struttura stessa dell’essere.
È la forma eterna con cui Dio crea l’uomo come figlio.
E questo cambia tutto.
L’uomo non è salvato dopo essersi perduto.
L’uomo è salvato nel momento stesso in cui viene creato.
Perché la creazione non è un atto cronologico, ma un atto eterno.
E nell’eterno non esiste un “prima senza salvezza” e un “dopo con la salvezza”.
Esiste un unico atto divino in cui Dio crea, Dio ama, Dio salva e Dio compie, tutto insieme, senza successione.
La narrazione tradizionale — creazione, caduta, riparazione, redenzione — è una pedagogia, non un’ontologia.
Serve a raccontare, non a descrivere l’essere.
Ontologicamente, la salvezza è co-originaria con l’uomo.
Non viene dopo il peccato: precede il peccato.
Non perché il peccato non esista, ma perché Dio non è nel tempo.
E ciò che Dio fa, lo fa eternamente.
Per questo l’uomo è creato già dentro la relazione del Figlio eterno.
Non come premio, non come riparazione, non come conseguenza, ma come identità originaria.
L’uomo è figlio perché è creato nel Figlio.
E il Figlio è eterno.
Per questo la salvezza non può essere un evento storico successivo alla caduta: è la struttura eterna della creazione stessa.